Unità Pastorale Padre Misericordioso

parrocchie di Coviolo, Preziosissimo Sangue, Rivalta, Sacro Cuore – Reggio Emilia

La storia di Rivalta

LA STORIA DI RIVALTA
rivalta-storiaSecondo Fernando Fabbi il nome Rivalta deriverebbe da un castello, posto in quella località, chiamato “Ripa Alta”. Quel castello era parte integrante di una corte imperiale donata nell’anno 895 al Visconte Ingelberto di Parma per poi passare nelle mani del Vescovo di Reggio, ai Conti Da Palude fino alla divisione dei territori della corte fra i vari signorotti locali.

Secondo altri il nome Rivalta deriverebbe semplicemente da un geotoponimo legato alla conformazione del territorio attraversato a oriente dal torrente Crostolo: “Ripa Alta”, cioè una formazione a dosso parallela all’asse del corso d’acqua.

rivalta-storia2La località, dopo le recenti scoperte archeologiche, risulterebbe essere già abitata all’epoca del ferro, mentre i primi documenti che parlano di una “ecclesia Ripa Alta” risalgono all’857. Nel 902 si torva citata una “Ripalta Curtis” e in seguito una “villa”, poi una “Pieve” e infine, nel 1059, un castello (“Castrum”).

Dal potere imperiale Rivalta divenne un beneficio della Canonica di Reggio, mentre il castello divenne possesso, come già citato in apertura, dei Conti Da Palude che lo persero in un incendio nel 1316. Fin dal 1315 la località era un libero comune e godeva di propria autonomia; in seguito divenne frazione del comune di Reggio.

LA CHIESA

chiesa-rivalta2Nel 1144 la chiesa di Sant’Ambrogio, già nominata in documenti del tempo del vescovo Sigifredo (844-857), è insignita del titolo di Pieve.

Tra il 1832 e il 1884 la primitiva chiesa, già più volte ampliata e restaurata, è abbattuta e, in tali anni, si procede alla costruzione del nuovo edificio su progetto dell’Architetto Luigi Croppi.

Nel suo interno sono conservati diversi dipinti di Francesco Camuncoli: la Madonna del Bambino e i Santi Filippo Neri, Lucia, Liberata e Giulia, San Giuseppe con il bambino e i Santi Luigi, Eurosia e Giovannino (datato 1771) e uno stendardo processionale raffigurante la Madonna con il Bambino e i Santi Domenico e Ambrogio.

interno-rivalta-1Il coro ligneo (XVIII secolo) proviene dalla distrutta chiesa di Sant’Ilario in Reggio Emilia.
Le due cantorie in stucco sono opera dello scagliolista svizzero Antonio Bernasconi.

Inoltre è conservata una Madonna di Loreto con Sant’Antonio Abate e San Michele che abbatte il demonio di ignoto emiliano del XVIII secolo, e due tele cinquecentesche con San Francesco e San Girolamo, riferite a scuola parmense.

IL PATRONO

ambrosius-7-jpgAmbrogio, vescovo di Milano, nacque a Treviri nelle Gallie, dove il padre, cittadino romano, era prefetto. Terminati a Roma gli studi, ricevette dal prefetto Probo l’incarico di recarsi a Milano come governatore della Liguria e dell’Emilia.

Proprio in quel tempo morì il vescovo ariano Aussenzio ed il popolo si trovò in discordia sulla scelta del successore. Ambrogio si recò allora, come era dovere della sua carica, alla chiesa, per sedare il tumulto: qui parlò a lungo della pace e del bene della nazione e con tale capacità persuasiva che improvvisamente il popolo lo acclamò vescovo all’unanimità. Di fronte al rifiuto e alla resistenza di Ambrogio, il desiderio del popolo fu sottoposto all’Imperatore Valentiniano, che si mostrò ben contento che il vescovo fosse scelto tra i magistrati da lui nominati. Lietissimo fu pure il prefetto Probo che, quasi profetizzando, aveva detto ad Ambrogio al momento della partenza: «Va’, e comportati non come giudice, ma come vescovo».

Coincidendo pertanto la volontà dell’Imperatore col desiderio del popolo, Ambrogio venne battezzato (era infatti solo catecumeno), e iniziato ai riti sacri. Otto giorni dopo, precisamente il 7 dicembre 374, riceveva la consacrazione episcopale.

Divenuto vescovo, fu suo impegno difendere con coraggio la fede cattolica e i diritti della Chiesa, convertire alla vera fede molti ariani ed altri eretici; fra questi generò a Gesù Cristo Sant’Agostino, il grande dottore della Chiesa. Sollecito del bene di tutte le chiese, sapeva intervenire con grande energia e costanza; fu instancabile nell’adempiere i doveri del ministero pastorale, amministrando personalmente il battesimo a quasi tutti i candidati tanto che, dopo la sua morte, cinque vescovi riuscivano appena a supplirlo.

Amò intensamente i poveri e i prigionieri: donò ai poveri e alla Chiesa tutto l’oro e l’argento che possedeva quando fu eletto vescovo; alla Chiesa donò pure i suoi terreni, destinandone il solo usufrutto alla sorella Marcellina, in modo da non serbare per sé cosa alcuna che potesse dire sua. Così, come soldato privo di impedimenti e pronto a combattere, si mise al seguito di Cristo Signore che «da ricco che era si è fatto povero per noi, perché diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà».

Godeva con coloro che erano nella gioia, piangeva con chi era afflitto; ogni volta che qualcuno gli confessava i suoi peccati per riceverne la penitenza, piangeva a tal punto da indurre al pianto il penitente: si considerava infatti peccatore col peccatore.