Unità Pastorale Padre Misericordioso

parrocchie di Coviolo, Preziosissimo Sangue, Rivalta, Sacro Cuore – Reggio Emilia

Archivio Formazione Adulti

Ritiro Marola 2018 – Don Alessandro Deho – LPB Maria Soave Buscemi I libri sapienziali e il Cantico dei Cantici

ascolta

Mons Luciano Monari Ritiro di Quaresima 2018 TESTO

Buona domenica e buon cammino quaresimale!

Nella liturgia il cammino quaresimale che percorriamo ha come due momenti:

Il primo, è un momento penitenziale, di invito alla conversione e quindi al rinnovamento del cuore, della mente, dei propri comportamenti; le prime tre settimane della quaresima accompagnano questo itinerario: è un cammino che dobbiamo fare con pazienza e perseveranza, illuminati, evidentemente, dalla Parola di Dio che non fa altro che orientarci in quella direzione.

Poi, nella seconda parte della quaresima, ci sarà invece un cammino di illuminazione, cioè si tratterrà fondamentalmente di lasciarci illuminare dalla manifestazione di Gesù, del suo amore, del perdono, delle sue opere, come opere di salvezza che culminano, evidentemente, nella passione e nella Risurrezione.

Sono i due momenti, i due archi, che costituiscono il cammino della quaresima.

Il primo, come dicevo, è un cammino penitenziale. Lo si può percorrere se ci rendiamo conto di avere bisogno di conversione, cioè che la nostra vita e il nostro comportamento ha delle dimensioni – dopo ciascuno dovrà evidentemente vederlo per sé stesso – delle dimensioni che richiedono di essere purificate, arricchite, riorientate.

Dicevo, che solo se siamo consapevoli di questo, possiamo fare un cammino di conversione, di penitenza.

Nel 1947 A. Camus[1] pubblicò il suo romanzo più famoso che è “La peste”, il racconto di una peste a Orano[2], in Algeria. E’ un racconto fondamentalmente simbolico, perché il tema è il tema del male – la peste è il simbolo del male – che è presente dentro alla storia degli uomini come forza di annullamento, come forza di morte.Uno dei protagonisti di questo romanzo, Tarrou[3], che è un avvocato, ateo, esprime la sua esperienza di fronte alla peste di Orano e la esprime così:«Quand’ero giovane, vivevo con l’idea della mia innocenza, ossia con nessuna idea, proprio. Non sono il tipo del tormentato, ho cominciato come si conveniva. Tutto mi riusciva, ero a mio agio nell’intelligenza, mi andava per il meglio con le donne, e se avevo qualche inquietudine, passava come era venuta»[4].«Col tempo, mi sono semplicemente accorto che anche quelli che erano migliori degli altri non potevano, oggi, fare a meno di uccidere o di lasciar uccidere: era nella logica in cui vivevano, e noi non possiamo fare un gesto in questo mondo senza correre il rischio di far morire. Sì, ho continuato ad avere vergogna, e ho capito questo, che tutti eravamo nella peste; e ho perduto la pace. Ancora oggi la cerco, tentando di capirli tutti e di non essere nemico mortale di nessuno. So soltanto che bisogna fare quello che occorre per non essere più un appestato, e che questo soltanto ci può fare sperare nella pace o, al suo posto, in una buona morte. Questo può dare sollievo agli uomini e, se non salvarli, almeno fargli il minor male possibile, e persino, talvolta, un po’ bene. E per questo ho deciso di rifiutare tutto quello che, da vicino o da lontano, per buone o cattive ragioni, faccia morire o giustifichi che si faccia morire»[5].

Va avanti nell’esprimere questa sua scelta di vita: si è reso consapevole che siamo tutti nella peste e che quindi rischiamo tutti di appestare gli altri con il nostro fiato, che è possibile all’uomo – è facilissimo – trasmettere un germe di male, un germe di morte. La scelta è quella di tentare di fare il minor male possibile, e talvolta, se possibile, anche un poco di bene.

Dice:«Da quando ho fatto questa scelta non valgo più nulla per questo mondo in se stesso e che dal momento in cui ho rinunciato a uccidere mi sono condannato ad un definitivo esilio. Saranno gli altri a fare la storia. So, inoltre, che non posso apparentemente giudicare questi altri; mi manca una qualità per essere un assassino ragionevole; non è quindi una superiorità. Ma ora, acconsento a essere quel che sono, ho imparato la modestia. Dico soltanto che ci sono sulla terra flagelli e vittime, e che bisogna, per quanto è possibile, rifiutarsi di essere col flagello. Questo le sembrerà forse un po’ semplice, e io non so se è semplice, ma so che è vero»[6].

«“Insomma”, disse Tarrou con semplicità, “quello che mi interessa è sapere come si diventa un santo”.

Il medico che lo ascolta obbietta: “Ma lei non crede in Dio”.

“Appunto: se si può essere un santo senza Dio, è il solo problema concreto che oggi io conosca»[7]. 

Allora, tirate via il discorso dei santi senza Dio, ma il discorso dei santi ci sta dentro.Santo vuol dire una persona che, prendendo coscienza di sé stesso, delle parole che dice, dei gesti che compie, delle relazioni con gli altri, dell’effetto che le sue parole e i suoi comportamenti hanno sugli altri, prende la decisione consapevole e irrevocabile di fare il meno male possibile, di fare – se è possibile – un poco di bene agli altri.

Questa è la conversione!

Questa è una conversione penitenziale, è il cammino della prima parte della quaresima!

Ed è quel cammino che la liturgia ci ha proposto il giorno primo della quaresima, il mercoledì delle ceneri. Allora riprendo i testi della liturgia proprio in questa prospettiva.

Il primo testo – più che famoso – è del profeta Giole:

«[2.12] «Or dunque – parola del Signore –

ritornate a me con tutto il cuore,

con digiuni, con pianti e lamenti».

[2.13] Laceratevi il cuore e non le vesti,

ritornate al Signore vostro Dio,

perché egli è misericordioso e benigno,

tardo all’ira e ricco di benevolenza

e si impietosisce riguardo alla sventura.

[2.14] Chi sa che non cambi e si plachi

e lasci dietro a sé una benedizione?

Offerta e libazione per il Signore vostro Dio.

[2.15] Suonate la tromba in Sion,

proclamate un digiuno,

convocate un’adunanza solenne.

 2.16] Radunate il popolo, indite un’assemblea,

chiamate i vecchi,

riunite i fanciulli, i bambini lattanti;

esca lo sposo dalla sua camera

e la sposa dal suo talamo.

[2.17] Tra il vestibolo e l’altare piangano

i sacerdoti, ministri del Signore, e dicano:

«Perdona, Signore, al tuo popolo

e non esporre la tua eredità al vituperio

e alla derisione delle genti».

Perché si dovrebbe dire fra i popoli:

«Dov’è il loro Dio?».

[2.18] Il Signore si mostri geloso per la sua terra

e si muova a compassione del suo popolo» (Gl. 2, 12-18).

 

La prima cosa fondamentale è questa: che la quaresima ce la fa fare il Signore, non è una nostra scelta, non siamo noi che diciamo: “A questo punto della mia vita io scelgo di riflettere e di convertirmi”.No!

E’ il Signore che convoca, che, attraverso un profeta, dice al suo popolo, cioè a noi, quello che Lui vuole: ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti.

Evidentemente questo suppone che ci sia tra Lui e noi un legame, che il nostro comportamento abbia molto a che fare con Lui, con la sua gloria, con la sua volontà, e siccome abbiamo un impegno nei suoi confronti il Signore ci mette davanti le sue esigenze: convertitevi, tornate!

Questo è fondamentale!

Facciamo una fatica cane a pensare alla vita religiosa così! Perché noi siamo abituati a pensare alla vita religiosa, come a tutte le altre dimensioni della nostra vita, come a una delle scelte che io faccio: io decido di credere in Dio, io decido di essere religioso, io decido di andare a Messa alla domenica, io decido di confessarmi …

Nella prospettiva corretta il discorso va capovolto: è Dio che chiama! E’ Dio che mi chiama alla comunione con Lui, è Dio che mi chiama alla conversione, è Dio che mi convoca alla domenica come popolo del Signore, è Dio che mi chiama al riconoscimento del mio peccato per accogliere il Suo perdono e la Sua riconciliazione e così via.

Ora, che ci sia bisogno di conversione nel mondo, questo è fuori discussione; cioè che il mondo si porti dentro dei germi di “peste”, questo non facciamo altro che dirlo tutti i giorni, perché tutti i santi giorni di critiche sulla politica, sull’economia, su tutte le cose che non vanno, sulla corruzione e tutti questi accidenti qui, non facciamo altro che moltiplicarli, quindi se siamo onesti dobbiamo dire che il male nel mondo ci sia, è assodato, non è nemmeno da discutere.

L’unico problema è dire: o di questo sono colpevoli solo gli altri, o di questo sono colpevole anche io, per la mia quota parte, si intende, perché, per fortuna, non sono il presidente degli Stati Uniti d’America, quindi non posso fare delle scelte così grandi o con effetti enormi, ma questo non mi interessa adesso, non mi interessa il presidente dell’America, mi interessa Luciano, e mi interessa sapere se Luciano ha una qualche responsabilità in questo andazzo del mondo, in questa presenza di morte nelle relazioni umane.

Se riconosco che ho la mia quota parte di responsabilità, allora posso cominciare un cammino di conversione: posso cercare di rendermene consapevole e di tentare di uscire, per lo meno di migliorare, il significato della mi presenza in mezzo agli uomini e quindi gli effetti che la mia presenza produce.

Questo è il cammino penitenziale!

Quindi, per un attimo smettiamo di accusare gli altri, e proviamo a prendere coscienza di quella quota di responsabilità – piccola o grande – ma che ci appartiene, che appartiene a me.

Ma mica solo a me! Perché la convocazione di Gioele è la convocazione del popolo di Dio, quindi evidentemente convocazione di tutti i singoli con nome, cognome ed indirizzo di ciascuno, ma c’è anche una convocazione unitaria, c’è la convocazione della chiesa intera: la chiesa intera è chiamata dal Signore a percorrere un cammino di conversione, a rendersi conto delle cose che non funzionano nella chiesa, perché la chiesa è santa – non c’è dubbio – santificata dal Signore, ma è anche vero che nella chiesa ci sono tutta una serie di realtà che non sono proprio sante, che non sono perfette ed evangeliche.

Allora, come popolo di Dio, come parrocchia, come unità pastorale, come diocesi, dobbiamo renderci conto di questa responsabilità che abbiamo insieme, perché la chiesa è nel mondo il segno e lo strumento dell’unità del genere umano.

Se la chiesa è questo, è una sorgente di pace, è una sorgente di comunione, di fraternità, di unità; non in modo ingenuo e facile, ma in modo consapevole, con tutti i cammini e i passi che sono da fare uno dopo l’altro, ma è questo la chiesa.

Ci dobbiamo convertire, evidentemente come singoli, perché la responsabilità tocca a ciascuno, ma anche come chiesa perché abbiamo una testimonianza da rendere, che non è così trasparente e luminosa come potrebbe e dovrebbe essere.

 

Questo lo dice il testo:

 

[2.16] Radunate il popolo, indite un’assemblea,

chiamate i vecchi,

riunite i fanciulli, i bambini lattanti;

esca lo sposo dalla sua camera

e la sposa dal suo talamo.

[2.17] Tra il vestibolo e l’altare piangano

i sacerdoti, ministri del Signore,

 

cioè ci stanno dentro tutti in questa convocazione del Signore.

 

E’ in gioco – dice il testo di Gioele – addirittura la gloria di Dio. E’ proprio così!

L’obiezione più grande che viene fatta all’amore di Dio è l’esistenza del male! Per quello che dipende da noi – perché buona parte del male che c’è nel mondo dipende dal comportamento degli uomini – abbiamo la responsabilità di creare un mondo che sia rispettoso delle persone, perché lo scandalo del male sia vinto dalla rivelazione del bene.

Per fortuna il bene nel mondo c’è, e se questo bene diventa un bene più evidente, più capace di combattere e di superare il male, la gloria di Dio risplende in modo più pulito, in modo più pieno. E’ in gioco questo!

 

Perché si dovrebbe dire fra i popoli: «Dov’è il loro Dio?», perché dovrebbero dire “un popolo così è il popolo del Signore? Ma tu vuoi scherzare!”

Cioè un popolo che vive dentro alla cattiveria, all’invidia, al sospetto reciproco, alla critica, alla parolaccia … a tutti questi accidenti qui – e potete moltiplicare gli esempi! – non può essere il popolo del Signore, o il Signore fa una magra figura, a motivo del nostro comportamento!

 

Quando noi recitiamo il Padre Nostro e, come prima invocazione, chiediamo “Padre sia santificato il Tuo nome!” Oh! Noi chiediamo che il mondo, e in particolare la chiesa, e in particolare noi nella chiesa, possiamo essere tali da santificare il nome di Dio; i santi ci riescono bene a santificare il nome di Dio, noi facciamo più fatica e in noi il nome di Dio è santificato sì … ma? Sì con tutta una serie di ombre.

Bene! Il tempo della quaresima è “Padre, santifica in noi il tuo nome; fa in modo che nella nostra vita la tua gloria risplenda, il tuo amore sia concreto, si incarni in comportamenti quotidiani, si possa vedere la tua premura nei confronti di ogni persona umana e in particolare – si intende – nei confronti di chi è più debole”.

Tutto questo noi chiediamo quando recitiamo il Padre Nostro e tutto questo il cammino quaresimale ce lo vuole fare vivere.

 

Perché se io dico: “Padre santifica il tuo nome” suppongo: santifica il tuo nome in noi; e se dico questo o sono incoerente, o dico nello stesso tempo “Signore io sono disponibile a lasciare che tu mi converta, a lasciare che tu mi pulisca, che tu mi purifichi, in modo che il tuo nome sia santificato nella mia vita, nel modo in cui esisto e parlo e agisco.

 

Questo è l’inizio del cammino quaresimale.

Portata pazienza: è Dio che convoca; è Dio che ci convoca insieme; è Dio che si aspetta e che vuole operare in noi un cammino di conversione, perché nella nostra vita Lui stesso sia santificato, perché nella vita concreta del popolo del Signore si veda la santità, cioè l’amore e la bontà, di Dio stesso, la sua giustizia. Questo dobbiamo imparare a desiderare.

La risposta a questa convocazione è, nella liturgia, una parte del miserere, che dice:

 

«3 Pietà di me, o Dio, nel tuo amore;

nella tua grande misericordia

cancella la mia iniquità.

4 Lavami tutto dalla mia colpa,

dal mio peccato rendimi puro.

5 Sì, le mie iniquità io le riconosco,

il mio peccato mi sta sempre dinanzi.

6 Contro di te, contro te solo ho peccato,

quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto:

12 Crea in me, o Dio, un cuore puro,

rinnova in me uno spirito saldo.

13 Non scacciarmi dalla tua presenza

e non privarmi del tuo santo spirito.

14 Rendimi la gioia della tua salvezza,

sostienimi con uno spirito generoso.

17 Signore, apri le mie labbra

e la mia bocca proclami la tua lode» (Sal. 51, 3-6; 12-14.17).

Il miserere appartiene probabilmente alla fine del secolo VI, inizio del secolo V a.C., però al miserere la tradizione ebraica ha premesso un titolo – che dal punto di vista storico non è corretto – ma che dice:

«Di Davide. Quando il profeta Natan andò da lui, che aveva peccato con Betsabea»

(Sal. 51, 2).

La storia la ricordate: Davide è stato sedotto dalla bellezza di Betsabea, ha commesso adulterio con lei, ha cercato di coprire l’adulterio e siccome non ci riusciva ha fatto ammazzare il marito, meglio lo ha fatto mettere in pericolo in battaglia fino a che non è stato ucciso, quindi ha una responsabilità di adulterio ed ha una responsabilità di omicidio.

Però Davide è il re; probabilmente a Gerusalemme lo sapevano tutti, perché in una cittadina come era Gerusalemme era così, le chiacchiere si diffondo facilmente, si impara tutto in una città così piccola.

Però è il re! Chi ha il coraggio di andare dal re e rimproverarlo?

Il re è il supremo giudice di Israele – non c’è la distinzione tra potere legislativo, esecutivo e giudiziario – quindi è il supremo giudice e non c’è nessuno sopra di lui.

 

Non c’è nessuno… tolto il Signore!

Va un profeta, Natan, e gli racconta una storia, una parabola.

Gli racconta di un uomo che aveva un’unica pecora, che quella pecora era la sua gioia, la sua soddisfazione, beveva il latte della pecora, la pecora mangiava con lui a tavola, aveva un rapporto affettivo con quella pecora.

Racconta Natan anche di un ricco, che di pecore ne aveva tantissime, ma venuto un ospite a cui doveva fare festa ha fatto prendere la pecora del povero, l’ha fatta uccidere e l’ha data in pranzo a questo ospite di passaggio.

Evidentemente davanti ad un racconto di questo genere Davide reagisce, è il re e – come dicevo – è il garante della giustizia e quindi sente di dovere intervenire, non può non fare niente, rimanere indifferente se nel suo regno succede una cosa così contraddittoria, così malvagia come questa.

“Deve morire! Deve pagare!”

Il profeta Natan gli risponde con quella parola: «Tu sei quell’uomo!» (cfr. 2Sam. 12, 1-7).

E’ il senso della parabola. La parabola è fatta per ferire, ma per ferire alle spalle perché se te la metto davanti direttamente si forma muro contro muro, invece la parabola prende la strada lunga, parla di qualcosa d’altro, ma parlando di qualcos’altro arriva all’obiettivo, arriva al bersaglio e ci è arrivata.

Davanti a questa parola del profeta «Tu sei quell’uomo!», cioè la colpa è tua, allora:

«3 Pietà di me, o Dio, nel tuo amore;

nella tua grande misericordia

cancella la mia iniquità.

4 Lavami tutto dalla mia colpa,

dal mio peccato rendimi puro.

 

Esce dal cuore di Davide il desiderio della conversione, la scelta di conversione, e la supplica perché il Signore si pieghi, nella sua infinita bontà, su di lui; quel pietà di me fa riferimento all’amore gratuito di chi sta in alta ha nei confronti di chi è piccolo; il Signore, infinitamente grande, che si pieghi su Davide, piccolo davanti a lui, ed abbia pietà.

Abbia pietà nel suo amore, cioè nella sua lealtà; abbia pietà nella sua misericordia che è la misericordia viscerale, materna; cancelli le iniquità di Davide, quindi la sua ribellione e il suo ripiegamento meschino su sé stesso, il suo fallimento.

Alla fine il peccato è un fallimento, è sbagliare bersaglio, è non riuscire a raggiungere quel traguardo che sarebbe il compimento della propria vita, è il segno di una esistenza che ha perso in umanità, ha perso in dignità, in valore.

Abbi pietà, lavami dalla mia colpa, rendimi puro dal mio peccato.

5 Sì, le mie iniquità io le riconosco,

il mio peccato mi sta sempre dinanzi.

L’orante, Davide, e colui che ha pregato il miserere, sta davanti al Signore con una consapevolezza dolorosa, dolorosa, del suo peccato; non solo sa di averlo commesso, ma ne sente tutta la angoscia, la paura; il peccato è una forza di morte, è una peste, ed ha in sé qualche cosa di angosciante per l’uomo, se l’uomo lo considera con oggettività, con realismo, se l’uomo riesce a non essere distratto, cioè a spostare l’attenzione da qualche altra porte, perché è così brutta la realtà del mio peccato che la censuro, che faccio finta che non.

Questo sta dietro a quel il mio peccato mi sta sempre dinanzi.

6 Contro di te, contro te solo ho peccato,

quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto.

Per fortuna nell’uomo c’è il processo della censura: le cose che di noi stessi non ci piacciono tendiamo un tantino a nasconderle o a non considerarle, ma – per fortuna – non ci riusciamo mai del tutto, c’è sempre qualche piccola coda che viene fuori e che ci rende consapevoli che però in questo …, però in quest’altro …., in quella situazione lì … ci mette consapevoli delle nostre inconsistenze e dei nostri errori.

Allora:

12 Crea in me, o Dio, un cuore puro,

rinnova in me uno spirito saldo.

Questo viene dal capitolo 36 di Ezechiele, che era un commento al capitolo 31 di Geremia. Geremia aveva annunziato una nuova alleanza che Dio avrebbe scritto nel cuore dell’uomo, ed Ezechiele aveva interpretato questo come un trapianto di cuore: al posto del cuore di pietra Dio avrebbe messo un cuore di carne, ed anche un dono di spirito perché siccome lo spirito dell’uomo – aveva detto il profeta Osea – è uno spirito di fornicazione, cioè è un impulso profondo ed irresistibile che conduce verso l’infedeltà (infedeltà si intende nei confronti di Dio, l’abbandono di Dio, la ribellione della sua volontà e della sua giustizia) bene, siccome lo spirito dell’uomo è un spirito di fornicazione bisogna che il Signore sostituisca questo spirito mettendocene uno di fedeltà: non privarmi del tuo santo spirito, rinnova in me uno spirito saldo, non scacciarmi dalla tua presenza.

Quindi il miserere contiene due domande:

 

  • La prima è che il Signore perdoni il mio peccato;
  • La seconda è che il Signore rinnovi il mio cuore, la mia libertà, i miei sentimenti, gli orientamenti della mia vita.

 

14 Rendimi la gioia della tua salvezza,

sostienimi con uno spirito generoso.

Un animo generoso è un animo nobile, che non diventa mai meschino, che non si lascia mai immeschinire dai beni materiali o immediati, o dalle parole che non sono degne della sua grandezza, della sua nobiltà.

Signore, apri le mie labbra

e la mia bocca proclami la tua lode.

Allora, il Signore convoca: “ritornate a me con tutto il cuore” e noi rispondiamo: “pietà di me o Dio nel tuo amore, nella tua grande misericordia cancella il mio peccato”.

 

Ma la liturgia non si ferma qui. Dopo di questo è Dio che riprende, in qualche modo, l’iniziativa perché san Paolo, scrivendo ai cristiani di Corinto dice: “Oh badate che noi siamo ambasciatori di Cristo, per mezzo nostro è Dio stesso che vi esorta, quindi noi siamo dei predicatori; noi contiamo poco, ma quello che conta è evidentemente Colui che ci ha mandato; un ambasciatore vale come colui che lo manda e noi siamo ambasciatori in nome di Cristo perché”

 

«per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio» (2Cor. 5, 21).

 

Naturalmente sottolineate la forma del verbo: lasciatevi riconciliare con Dio! Non dice “riconciliatevi con Dio”, dice lasciatevi riconciliare.

Vuol dire che l’azione della riconciliazione la fa Dio, anzi l’ha già fatta, l’ha già compiuta Dio: in Gesù Cristo, Dio ha riconciliato il mondo con sé. Vuol dire che Dio ha guardato il mondo con degli occhi amici, con degli occhi favorevoli; nonostante il mondo – è il mondo degli uomini, il mondo delle ingiustizie – sia diventato nemico di Dio, si sia contrapposto a Dio, Dio non ha risposto alla ribellione del mondo con un giudizio di condanna, ha risposto, in Gesù Cristo, con un atto di riconciliazione, ha operato la riconciliazione; Dio è amico nei confronti del mondo! Lasciatevi riconciliare! Cioè lasciate che questa azione di Dio entri nella vostra vita, tolga quella ribellione o quella opposizione a Dio, che è la radice del male, da cui vengono le cattiverie, le ingiustizie, le invidie, le contrapposizioni … e così via. Lasciatevi riconciliare con Dio!

 

Allora, il primo intervento di Dio era l’invito alla conversione: ritornate a me.

La prima risposta dell’uomo è la supplica: pietà di me o Dio.

Il secondo intervento di Dio è, in Gesù Cristo, la riconciliazione: Dio ci chiama, e quindi da parte sua ci fa – perché quando Dio mi da un nome quello diventa la mia identità – ci fa amici, ci fa riconciliati, ci fa in comunione con Lui. Questo è opera sua! E’ opera sua!

Ma, come tutte le azioni del Signore, rimane fuori di me se non l’accolgo con il sì libero del mio cuore: non posso essere reso amico di Dio se non desidero realmente esserlo, se non accetto realmente di esserlo. Perché essere amici di Dio è un dono, ma vivere come amici di Dio è una responsabilità, le due cose vanno sempre insieme – qualche volta verrebbe da dire purtroppo! – ma è così! I doni di Dio non sono delle sinecure[8], mai!

La sinecura è un beneficio, senza ufficio; generalmente quando uno ha un ufficio – quello del parroco – una volta aveva il beneficio, proprio perché deve fare il parroco ha un beneficio che è un introito o qualche accidente del genere; la sinecura è quando c’è il beneficio senza bisogno di ufficio.

Bene i doni di Dio non sono delle sinecure. I doni di Dio sono gratuiti, ma chiedono di essere accettati, nella libertà e nella responsabilità. Voglio dire: se Dio ti fa suo amico, tu sei amico di Dio, gratis, non per i tuoi meriti, non perché sei bello, non perché sei santo, non perché hai delle doti, semplicemente perché Dio ti guarda e ti dice “amico”.

Ma questo deve cambiare il tuo modo di pensare e di agire, perché se il tuo modo di pensare è quello di uno che Dio non lo ha in nota, sei amico dal punto di vista verbale, ma non realmente; l’azione di Dio vuole cambiare il tuo cuore, vuole rendere il tuo cuore amico e solo nel momento in cui diventi realmente amico di Dio nel cuore, l’azione di Dio ha raggiunto il suo scopo, altrimenti l’azione di Dio, paradossalmente, rimane frustrata, come un amore non ricambiato.

C’è lo stesso, l’amore non ricambiato, ma non cambia il destinatario: il destinatario non è cambiato dall’amore, il destinatario ha rifiutato, quindi non cambia niente nella sua vita, con Dio è uguale – a dire il vero qualche cosa cambia, ma questo sarebbe un altro discorso.

L’azione di Dio chiede un cambiamento che sia consapevole e libero, una accettazione che sia consapevole e libera, per questo continua:

 

«1Poiché siamo suoi collaboratori, vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio» (2Cor. 6, 1).

 

Cioè bisogna che la grazia di Dio vi cambi, altrimenti è inutile.

 

«2Egli dice infatti:

Al momento favorevole ti ho esaudito

e nel giorno della salvezza ti ho soccorso.

Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!» (2Cor. 6, 2).

 

Non è domani, o tra un anno, o in un futuro incerto; non è nemmeno nel passato, dove non lo si potrebbe cogliere. No! E’ oggi! Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!

 

L’occasione, il momento favorevole, è in greco il famoso kairos[9]. Il kairos è il momento in cui puoi fare una esperienza; i greci rappresentavano il kairos come un giovane che ha davanti un ciuffo di capelli ricco, grande, fiorente; ma che dietro è calvo.

Quando ti viene incontro lo puoi facilmente afferrare perché i capelli ci sono e sono lunghi, pigliali! Ma sei fai tanto che passa, dopo non lo pigli più, perché è calvo dietro.

Questo, secondo i greci, era l’occasione, questa è l’immagine.

Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza! Questo intende san Paolo: Cristo trasforma questo momento in una occasione di conversione e di vita, di amicizia con Dio.

 

 

Arriviamo alla conclusione con il Vangelo di Matteo dove, all’inizio del sesto capitolo, Gesù richiama le opere di pietà caratteristiche della vita religiosa ebraica: sono l’elemosina, la preghiera e il digiuno.

L’elemosina, la preghiera e il digiuno dicono le dimensioni della vita dell’uomo perché l’elemosina dice il rapporto con gli altri, il rapporto di beneficienza nei confronti degli altri; la preghiera dice il rapporto con Dio; il digiuno dice il rapporto con il mondo, con le cose del mondo.

Dentro a questi tre ambiti ci potete fare entrare chissà quante cose, perché l’elemosina è il fatto di dare i 50 centesimi, ma elemosina è il compiere quello che è bene per gli altri.

Quando il comandamento dice “Ama il prossimo tuo come te stesso”, se quella parola “amare” la intendete in senso efficace – cioè non solo un sentimento, ma dei comportamenti che facciano vivere l’altra persona, quella che si chiama la beneficienza, il fare bene – dentro a questo ci sta tutto!

Dentro a questo ci sta il lavoro che fate perché se lo fate con competenza e con onestà, fate vivere, fate funzionare bene la società in modo che gli uomini possano vivere meglio; ma se il lavoro che fate, lo fate senza competenza o, peggio, senza onestà, evidentemente rendete più difficile agli altri vivere, quindi ci sta dentro il lavoro, in questa dimensione dell’elemosina.

E’ un primo dono elementare che noi facciamo agli altri, perché è inevitabile questo: se io mangio, o lavoro per mangiare o qualcun altro lavora perché io mangi, quindi o sono sulle spalle di qualcun altro o sto facendo qualche cosa di buono che è a favore anche di altri.

 

Metteteci dentro non solo il lavoro, metteteci dentro la vita politica: la vita politica serve per fare vivere l’uomo e per difendere i suoi diritti, in modo che chi è forte non mangi chi è debole o chi è ricco opprima chi è povero; la vita politica serve a garantire a ciascuno – anche se dal punto di vista sociale o economico è debole – il rispetto dei suoi diritti della sua persona. Se un politico mi fa questo, non c’è dubbio che fa vivere, entra dentro al cammino dell’elemosina, all’immagine del fare del bene.

 

Questo vale per tutto, vale per tutte le parole che diciamo, perché le parole che diciamo un qualche effetto ce l’hanno: se sono parole banali, banalizzano l’ambiente e quindi rendono le persone indifferenti, tolgono gli stimoli positivi; se sono parole di cattiveria evidentemente producono cattiveria, suscitano risentimento; se sono parole che fanno vivere – ci sono parole che danno speranza, che comunicano simpatia – si tratta di questo, tutte le parole, tutti i gesti, tutte le relazioni sono luogo in cui si gioca questo bene che io voglio compiere per gli altri.

 

Diceva Tarrou: fare il meno male possibile e, se possibile, fare anche un poco di bene.

 

Per quello che riguarda il rapporto con Dio, la preghiera, è il modo concreto con cui noi riusciamo ad abbracciare la volontà di Dio, nella convinzione che questa volontà è il bene massimo che si può immaginare per me e per gli altri.

Se Dio è Dio, l’amore di Dio è, nei confronti di tutto il mondo, di tutte le creature, di tutte le singole persone, ed è quell’amore che cerca il meglio per ciascuno.

Nella mia preghiera io cerco di percorrere un cammino che mi permetta di abbracciare la volontà di Dio.

 

Questo mi interessa molto, perché la tentazione di immaginare la preghiera come un modo di far fare a Dio la mia volontà ce la portiamo dentro, e questa, alla fine, è anche l’immagine che anche la gente ha delle nostre preghiere: che noi siamo illusi di potere far sì che Dio faccia la nostra volontà e quindi io ho i miei desideri, i miei sogni nel cassetto e voglio avere Dio al servizio dei miei sogni per poterli realizzare.

Il discorso non sta così!

Io ho i miei sogni nel cassetto e metto i miei segni nella preghiera, ma questo vuol dire che li metto in gioco, perché se i miei sogni sono veramente il mio bene, io sono dalla parte di Dio e Dio è dalla mia parte a compierli. Ma se i miei sogni, per qualche motivo, non sono il bene perché i miei sogni coinvolgono inevitabilmente anche gli altri e coinvolgono anche le generazioni future poco o tanto, se non entrano nella volontà di Dio, la preghiera mi aiuta a cambiare i miei sogni.

 

Quando Gesù dopo l’ultima cena prega nel Getsemani dice:

 

«Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu» (Mc. 14, 36).

 

Vuol dire: ci va con i suoi desideri, ma esce con il sì detto a Dio, quindi in una direzione che non era esattamente quella del desiderio immediato o istintivo.

Il senso della preghiera va in questa direzione.

 

Il digiuno è il rapporto con il mondo, e vuol dire rapporto con le cose vissuto nella libertà.

Il digiuno dice: io ho bisogno di 2.000 calorie al giorno per vivere, ma non sono schiavo, non sono dipendente, sono capace di affermare una libertà da questo, perché il mondo non è tutto, e il bisogno delle cose del mondo è fondamentale, ma non è tutto. C’è qualche segno che esprime la mia libertà, posso rinunciare un giorno al cibo, a una parte del cibo, per esprimere questo.

 

Ma il discorso non è solo quello del digiuno dal cibo, il discorso è quello del rapporto con le cose. Il rapporto con le cose è necessario nella vita dell’uomo – Dio il mondo lo ha creato apposta, non è che il mondo sia cattivo, il mondo è buono – bisogna però fare in modo che le cose abbiano il loro posto e non di più, che non occupino tutto il desiderio, perché quando le cose occupano tutto il desiderio sono padroni della mia vita, sono padroni del mio cammino.

 

Quando diciamo che nel battesimo il cristiano diventa “sacerdote, profeta e re”, quel re è esattamente il re nei confronti del mondo, quindi capace di usare le cose ma regalmente, come un sovrano, non come uno schiavo.

Anche questo è un cammino da percorrere, poi evidentemente nella sua vita ciascuno deve vedere quali sono le dipendenze e quali sono le dipendenze giuste – alcune sono giuste – e quali sono invece le dipendenze che hanno bisogno di essere equilibrate, di essere corrette, di essere cambiate, e la riconciliazione di Dio ci dona di percorre questo cammino.

 

Ho finito.

Allora il cammino era:

  • Convocazione alla conversione;
  • Miserere, che è l’accettazione di questa convocazione;
  • La riconciliazione in Cristo, come amici di Dio;
  • La vita come amici di Dio nella relazione con gli altri, nella relazione con Dio, nella relazione con le cose.

E’ il cammino delle prime tre settimane di quaresima, dopo ci sarà l’altra dimensione, ma le prime tre sviluppano questi temi qui.

 

Quindi buon cammino! Buona quaresima!

 

[1] Albert Camus è stato uno scrittorefilosofo,saggistadrammaturgo ed attivista francese. Con la sua multiforme opera è stato in grado di descrivere e comprendere la tragicità di una delle epoche più tumultuose della storia contemporanea, quella che va dall’ascesa dei totalitarismi al secondo dopoguerra e al concomitante inizio della guerra fredda. Non solo: le sue riflessioni filosofiche, magistralmente espresse in immagini letterarie, hanno una valenza universale e atemporale capace di oltrepassare i meri confini della contingenza storica, riuscendo a descrivere la condizione umana nel suo nucleo più essenziale. (Da Wikipedia, l’enciclopedia libera).

[2]  Orano (in arabo: وهران‎, Wahran; in francese: Oran) è una città dell’Algeria nord occidentale, capoluogo della provincia omonima. Sede prefetturale al tempo della colonizzazione francese, è oggi una delle maggiori città dell’Algeria con una popolazione di circa 610.000 abitanti. (Da Wikipedia, l’enciclopedia libera).

 

[3]  Jean Tarrou: figlio di un avvocato francese. Nel suo taccuino annota la cronaca dell’epidemia. Aiuta Rieux nella lotta contro la malattia, di cui muore alla fine del romanzo. (Da Wikipedia, l’enciclopedia libera).

 

[4]  Da “La peste” di A. Camus – Ed. Bompiani, p. 190
[5]  Idem, p. 195
[6]  Idem, p. 195-196
[7]  Idem, pag. 196-197

[8]  Sinecura è una parola, di derivazione latina, originata nella chiesa medioevale che definiva un beneficio ecclesiastico senza obbligo di uffizi e funzioni (senza “cura delle anime“), come invece toccava ai curati, cioè ai titolari di benefici ecclesiastici (detti appunto “curazie”) con annesso il ministero pastorale. L’uso successivamente si è esteso a designare un ufficio e/o un’occupazione in generale (non solamente quelli ecclesiastici) ben remunerati ma che richiedevano un impegno ridotto o addirittura nessun impegno. (Da Wikipedia, l’enciclopedia libera).

[9]  Kairos (καιρός), traducibile con tempo cairologico, è una parola che nell’antica Grecia significava “momento giusto o opportuno” o “momento supremo”. Gli antichi greci avevano due parole per indicare il tempo, χρόνος (chronos) e καιρός (kairos). Mentre la prima si riferisce al tempo cronologico e sequenziale, la seconda significa “un tempo nel mezzo”, un momento di un periodo di tempo indeterminato nel quale “qualcosa” di speciale accade. (Da Wikipedia, l’enciclopedia libera).

“Il cammino quaresimale” Relatore: Mons. Luciano Monari Vescovo emerito di Brescia – Seconda meditazione

Nella liturgia ambrosiana le letture della quaresima sono una lettura continua del discorso della montagna, perché è considerato – evidentemente – la regola fondamentale della conversione, di quella conversione che ci viene richiesta e che costituisce la prima parte di tutto il cammino quaresimale.

 

Allora vorrei riprendere alcune cose del discorso della montagna, non tutto perché non riusciamo a commentarlo  (sono tre capitoli interi ed anche abbastanza densi) però cogliere il filo che raccogliere tutti questi detti del Signore in modo armonico, spero che possa servire per tutto il cammino quaresimale.

 

 

«[5.1] Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. [5.2] Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:

[5.3] «Beati i poveri in spirito,

perché di essi è il regno dei cieli…» (Mt. 5, 1-3)

 

… e tutte le otto beatitudini che abbiamo ricordato anche questa mattina.

Che costituiscono la carta fondamentale di ingresso nel regno di Dio.

Se Dio viene a regnare nel mondo, il modo di rispondere alla sovranità di Dio è esattamente l’assunzione dei valori espressi nelle beatitudini.

Che sono, per certi aspetti, dei controvalori rispetto ai valori mondani: rispetto al valore del successo che è quello in qualche modo riassuntivo dei valori mondani.

Evidentemente se il mondo viene considerato come il tutto della realtà, il successo nel mondo è il valore supremo, tutti gli altri sono parte di questo valore originario.

 

Se invece, oltre il mondo, c’è qualcosa d’altro e il mondo è in fondo orientato a questo “oltre” allora nascono degli atteggiamenti diversi come valori di fondo, e sono quelli che nelle beatitudini vengono ricordati.

Per cui se dal punto di vista mondano si può dire “beati i ricchi perché si possono permettere tutto quello che vogliono”, dal punto di vista del Regno di Dio si dice: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli».

Il Regno è un dono, è dono della grazia e della misericordia di Dio e chi accoglie questo dono sono esattamente i poveri, quindi beati i poveri in spirito.

 

Beati gli afflitti, evidentemente non perché sono afflitti, ci mancherebbe!, ma perché Dio viene per consolarli, Dio viene esattamente per asciugare le lacrime di chi soffre. Quindi beato chi soffre? Torno a dire, non perché sta piangendo, ma perché ormai la sua sofferenza ha un termine, la presenza di Dio è una presenza che consola.

 

Se nel mondo sono beati i prepotenti perché riescono a farsi spazio e quindi a fare carriera, nel Regno di Dio sono «Beati i miti, perché erediteranno la terra». Erediteranno vuol dire che la riceveranno in dono: l’eredità non si fa una grande fatica a conquistarla, la si riceve per determinazione testamentaria, qui in questo caso – evidentemente – per la volontà di Dio, l’eredità è quella che viene da Dio.

 

Ancora. Se si possono considerare persone furbe quelle che riescono a fare carriera al di là della giustizia, nel Regno di Dio sono al contrario «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia» e di quella giustizia piena che è la volontà stessa di Dio, per cui condividono il disegno di Dio sull’uomo, sul mondo.

 

Uguale per i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati per causa della giustizia. Tutte queste categorie di persone dicono fondamentalmente esperienze che nel mondo mondano non hanno un grande riconoscimento, ma davanti a Dio hanno un valore decisivo; si tratta di capovolgere il nostro modo di valutare e quindi riconoscere a questi atteggiamenti e a queste esperienze un primato rispetto al resto. Entrare a cogliere il Regno di Dio vuol dire esattamente questo.

 

Quando questo avviene vale l’affermazione:

 

«[5.13] Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.

[5.14] Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte» (Mt. 5, 13-14).

 

Che non vanno intesi come delle dichiarazioni onorifiche, come se Gesù appendesse una medaglia d’onore al petto di qualcuno per dire “sei bravo, sei stato bravo, vali molto”.

Sono invece delle vocazioni, degli impegni.

Quando si dice siete il sale della terra vuol dire che lo dovete essere! Proprio perché avete incontrato il Regno di Dio, questa esperienza che sta all’origine della vostra esperienza di discepolato deve diventare sale del mondo, dovete essere in grado di dare significato e sapore alla vita umana, a tutte le diverse esperienze umane.

Dovete essere capaci di illuminare il cammino dell’uomo non perché voi siete luminosi, ma perché siete stati illuminati: un corpo illuminato è a sua volta sorgente di luce per gli altri e un discepolo proprio perché ha incontrato quella rivelazione – che è la rivelazione di Cristo – è illuminato dalla luce di Dio – Io sono la luce del mondo – e per questo Voi siete la luce del mondo, luce riflessa del mondo.

 

Tutto questo dice una vocazione di fondo che si riassume in un versetto decisivo per capire il discorso della montagna, che è:

 

«[5.20] Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt. 5, 20)

 

cioè non entrerete nel Regno di Dio, il Regno di Dio non appartiene a voi.

 

Perché Gesù fa questa affermazione?

Non come critica nei confronti degli scribi e dei farisei, perché questo potrebbe essere un modo di leggere il versetto, ma mi sembra di capire che il senso del versetto è esattamente l’opposto.

 

Gesù dice: qual è la misura più alta di esperienza religiosa che incontriamo, che si sperimenta in mezzo a noi? Quella degli scribi e dei farisei.

Degli scribi perché studiano e interpretano la legge di Dio fino alle virgole e definiscono tutto quello che la legge di Dio chiede ed esige, con precisione, con puntiglio addirittura.

La giustizia degli scribi è una giustizia secondo la lettera della legge. Oh, ma la legge è la legge di Dio e quindi la giustizia della legge di Dio è una giustizia esigente e quanto mai esigente.

 

Per quello che riguarda i farisei c’è lo stesso discorso, anzi un po’ di più perché quello che è caratteristico dei farisei è il fare un po’ di più di quello che è richiesto: per cui se la legge mi richiede 24 io cerco di fare 25 per un motivo semplice, nel calcolare può anche darsi che io mi sbagli e se conto fino a 24 può darsi che abbia saltato un numero e facci invece 23, ma allora non realizzo la legge e vado fuori dai termini, dalle esigenze della legge. Allora ci metto uno in più, ci metto il 25 perché se anche se avessi sbagliato sto dentro alla legge, quindi è un impegno scrupoloso quello del fariseo.

 

Quindi scribi e farisei sono il meglio. Ma se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.

Cioè a voi viene chiesto di più!

Perché viene chiesto di più?

Per un motivo che è questo: scribi e farisei incontrano Dio nella legge e quindi la misura fondamentale della loro legge religiosa è la le legge, la thora?? (legge è il termine che si usa normalmente, anche se non è esattissimo; è l’insegnamento di Dio che c’è nella scrittura con tutte le esigenze che sono ricordate nel libro dell’Esodo, nel libro del Levitico, nel libro del Deuteronomio e così via). La misura dunque è la legge.

 

Ma voi avete una esperienza di Dio nuova perché il Regno di Dio si è fatto vicino! Che il Regno di Dio si è fatto vicino vuol dire che si è fatto vicino Dio, Dio che si presenta come re, come sovrano, come quello che guida e dirige la storia dell’uomo.

 

E se la legge ha in fondo una sua misura, per cui chiede qualche cosa di preciso, non di più, l’incontro personale con Dio non ha più misura, l’incontro personale con Dio vuol dire che la vita dell’uomo è in qualche modo sommersa dalla rivelazione della misericordia e dell’amore e che – proprio per questo – la vita dell’uomo acquista una capacità e un desiderio e una gioia di restituire, di rispondere all’amore di Dio che è anche questa – per principio – senza limite.

 

Senza limite vuol dire che in concreto i limiti ce li portiamo dietro – e ci li porteremo dietro fino a che campiamo su questa terra! – ma i limiti non appartengono all’esperienza religiosa, appartengono alla nostra debolezza, ma l’esperienza religiosa che facciamo attraverso Gesù Cristo è l’esperienza che ci pone in rapporto, in comunione, in collegamento con Dio stesso, con il suo amore che non ha misura e quindi con il bisogno di rispondere a Dio senza misura, senza misura.

Il fatto che non lo raggiungeremo mai questo livello di risposta senza misura – se non quando uno da la vita perché solo quando uno da la vita allora sì è davvero senza misura, non è possibile fare di più, non è possibile tornare indietro – ma nel nostro cammino quotidiano quello che diamo a Dio è sempre limitato, ma deve nascere e deve esprimere un desiderio di corrispondenza alla ricchezza del Suo amore, a quella che, in Gesù Cristo, ci è stata rivelata e donata, e questa, non ha misura! Non ha misura!

 

Che cosa voglia dire in concreto lo trovate nel resto del capitolo quindi dove vengono richiamati alcuni comandamenti – soprattutto del Decalogo – ma in ogni modo comandamenti e si  fa il confronto tra una interpretazione legale cioè quella che misura la quantità di obbedienza che viene richiesta, e quella invece che è offerta all’interno del Regno di Dio, dell’esperienza di Dio.

 

«[5.21] Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio» (Mt. 5, 21).

 

Non uccidere è il comandamento; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio è l’interpretazione, c’è una condanna di Dio che riguarda coloro che ammazzano.

 

Ci fermiamo qui? Se ci formiamo qui dopo possiamo descrivere tutte le forme di uccisione che sono proibite, tutte le occasioni e così via, ma siamo fondamentalmente dentro all’ambito della legge.

 

«[5.22] Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna» (Mt. 5, 22).

 

Vuol dire che Gesù ha allargato la legge? No!

Vuol dire che Gesù ha allargato all’infinito la comprensione all’amore di Dio e l’impulso di risposta all’amore di Dio con la propria vita.

Queste non sono leggi in senso stretto, per cui è proibito dire la parola raka??, stupido o qualcosa del genere, vuol dire che in un cuore che è stato raggiunto dal Regno di Dio, dalla sovranità di Dio, nasce, deve nascere un atteggiamento nei confronti degli altri che evita qualunque tipo di ostilità, qualunque tipo di risentimento, di aggressività o cose di questo genere.

Senza definire nei fatti concreti quali sono le parole proibite o quali sono i gesti proibiti, è uno spirito, è un movimento, un impulso interiore che deve guidare fino all’amore del prossimo, anzi fino all’amore del nemico.

 

Perché alla fine di questo capitolo c’è quel testo famoso che dice:

 

«[5.43] Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; [5.44] ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, [5.45] perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. [5.46] Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? [5.47] E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? [5.48] Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt. 5, 43-48).

 

Questa non è una legge, essere perfetti come è perfetto Dio, questa è una visione del mondo, della vita, di sé stessi, di Dio, è un capovolgimento delle immagini che noi abbiamo.

E’ una esigenza che si apre – evidentemente – all’infinito!

 

Si capisce nel contesto cosa vuol dire, perché amara il tuo prossimo e odierai il tuo nemico è una esigenza di saggezza, di bontà umana corretta. La sapienza greca affermava esattamente questo: è malvagio fare del male ai propri amici, ma è stupido fare del bene ai propri nemici, questo è normale nella tradizione greca.

Invece: voi siate dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.

 

In che cosa consiste la perfezione del Padre celeste? Nel fatto che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Vuol dire che l’amore e la misericordia di Dio sono rivolte non solo alle persone che se lo meritano, perché sono buone e giuste, ma sono rivolte a tutti, anche a quelli che non se lo meritano.

Non come premio evidentemente del loro comportamento! Ma a motivo della bontà di Dio. Dio non diventa cattivo perché è cattivo l’uomo; non diventa malvagio perché ha davanti un malvagio, al contrario Dio custodisce la sua bontà e la sua misericordia verso tutti, dunque voi siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.

 

Che questo non sia una legge in senso stretto lo si vede anche nel brano precedente che è quello più ricordato:

 

«[5.38] Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; [5.39] ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; [5.40] e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. [5.41] E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. [5.42] Da’ a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle» (Mt. 5, 38-42).

 

Ora, queste parole qui si possono prendere come una definizione legale di quello che un cristiano dovrebbe fare, ma non è lo spirito del discorso della montagna!

Il problema non è decidere se in ogni momento devi dare una carezza o puoi dare un schiaffo.

Il problema è un altro!

C’è un criterio che è fondamentale nei rapporti con gli altri che è quello dell’ “occhio per occhio e dente per dente” e quando si è raggiunta questa formulazione si è fatto, dal punto di vista della vita sociale, un passo avanti grande perché la tendenza istintiva dell’uomo non è quella di dare “occhio per occhio e dente per dente” ma di restituire il doppio di quello che si è ricevuto di male.

Io ammazzo un uomo per una mia ferita, un giovane per giovane per una mia ammaccatura;

«Se Caino sarà vendicato sette volte, Lamech[1] lo sarà settantasette volte» (cfr. Gen. 4, 24), questa è la tendenza dell’uomo; la vendetta, tendenzialmente, non ha misura; la vendetta misurata è una vendetta stupida perché tu inasprisci il tuo avversario però non lo elimini e il tuo avversario inasprito non farà altro che covare la vendetta e arriverà il momento in cui ti restituisce con gli interessi quello che tu gli hai fatto.

 

L’ottica dell’occhio per occhio, dente per dente è dire: sì tu puoi vendicarti, puoi chiedere un compenso, un risarcimento per il male che hai ricevuto, ma questo solo nella misura dell’offesa che ti è stata fatta; in fondo i risarcimenti delle offese del codice penale vanno in questa direzione qui, si tratterrà di definire quanto uno deve restituire ma la logica è quella lì, dell’occhio per occhio e dente per dente e dal punto di vista giuridico niente da dire.

 

Però io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; [5.40] e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello.

Cosa vuol dire questo discorso?

Ancora non si tratta di definire il codice penale in certi casi di comportamento aggressivo o rapace; si tratta di cogliere uno spirito e lo spirito è: che la tua risposta al comportamento dell’altro non deve essere motivata dalla vendetta o dal risentimento.

La risposta deve essere una risposta creativa e deve essere una risposta buona, buona nella logica della bontà di Dio, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.

 

Ora, diceva giustamente sant’Agostino, che se a tutti noi siamo debitori della carità, non con tutti bisogna usare la medesima medicina perché, dice, la carità di fronte ad alcune persone si abbassa, si fa serva, ma di fronte ad altre persone la carità si innalza e si fa padrona.

Quando ha davanti un malvagio aggressore la carità è anche capace di opporsi al malvagio; se qualcuno sta opprimendo un debole posso oppormi al malvagio per la difesa evidentemente del debole perché il malvagio non trovi davanti a sé la strada facile per prevaricare e per opprimere.

E’ una forma di amore anche questa!

Il problema è proprio quello cioè che la risposta sia una risposta di amore e non di vendetta, e non di risentimento.

 

Quando M. Luter King[2] faceva cantare i neri dicendo che “noi vinceremo ma che la nostra vittoria sarà anche quella dei bianchi” ragionava esattamente in questa logica qui del Vangelo.

Noi ci opponiamo ai bianchi che vogliono la segregazione ma non perché vogliamo distruggere i bianchi e vogliamo pestarli, quando vinceremo vinceranno anche loro, vincerà la loro umanità che, nella segregazione raziale, si è in qualche modo offuscata, si è persa.

In questa logica qui ci sta il comportamento del cristiano, va in quella prospettiva.

 

 

Allora se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Abbiamo detto la giustizia degli scribi è quella che segue con precisione, con puntiglio la lettera della legge, la vostra giustizia deve accogliere la legge ma portarla in qualche modo al limite, fino all’estremo, la motivazione di amore deve dominare il vostro comportamento e la risposta che date agli atteggiamenti del prossimo, degli altri.

 

Naturalmente bisogna anche dire che, caso per caso, devi essere così intuitivo dal punto di vista spirituale, da cogliere quale sia la risposta più giusta, più utile, più buona, più vera, più espressione dell’amore di Dio, della sua misericordia.

 

 

Il confronto con la giustizia dei farisei è fatto all’inizio del capitolo sesto, quando san Matteo ricorda le parole di Gesù:

 

«[6.1]Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli» (Mt. 6, 1).

 

Questo principio Gesù lo applica prima all’elemosina, poi alla preghiera e poi al digiuno, ma naturalmente vuol dire che lo si applica a tutte le forme di espressione religiosa: davanti a Dio e non davanti agli uomini.

Davanti agli uomini vuol dire che lo scopo è evidentemente l’apprezzamento, la riuscita, il successo, il riuscire ad ottenere il consenso approvativo degli altri.

Questo va anche bene, se tu cerchi il successo ti auguro di raggiungerlo, ma questo non ha niente a che fare con il Regno di Dio.

Nel Regno di Dio la prospettiva fondamentale è quella del bene, non del successo. Può darsi che a volte il successo e il bene vadano insieme, tanto meglio, ma può anche darsi – e molte volte – il bene non ottiene un grande consenso o una grande approvazione o un grande riconoscimento. Ma davanti alla prospetti del Regno di Dio quello che conta è il bene, non il numero degli applausi che tu ottieni.

Allora devi partire con questo atteggiamento: la vita religiosa è una vita vissuta sotto lo sguardo di Dio.

 

San Paolo direbbe, perché lo dice tante volte, “per piacere a Dio”, “cercando di piacere a Dio” e non di piacere agli uomini e non di fare quello che gli uomini approvano più facilmente o seguono con i loro applausi. Questo è il discorso di Paolo ed è il confronto tra una religiosità farisaica e una religiosità autentica, del discepolo.

Torno a dire, non c’è niente di male se tu vuoi l’approvazione degli altri, ma se tu cambi i comportamenti in vista dell’approvazione evidentemente qualcosa tocca, vuol dire che non cerchi la verità perché è vera ma eventualmente cerchi la verità perché ottieni un applauso; non cerchi il bene perché è buono, ma per avere una gratificazione o una ricompensa mondana.

La ricompensa c’è, ma è solo presso Dio, quindi è invisibile, non la puoi controllare, devi semplicemente attenderla e sperarla, consegnandola a Dio, alla sua misericordia e alla sua giustizia.

Dicevo questo vale per l’elemosina, questo vale per la preghiera e vale per il digiuno.

 

Nel discorso della preghiera, però, Gesù aggiunge qualche cosa ed è il Padre nostro, che evidentemente ha un valore decisivo – sta al centro del discorso della montagna – e sta al centro perché esprime l’identità più profonda della persona di fede e del discepolo.

 

La preghiera esprime essenzialmente i desideri più profondi che noi nutriamo e i desideri sono quelli che determinano i nostri comportamenti, perché – diceva sant’Agostino e stava citando Virgilio?? – ciascuno è attirato da quello che gli piace e quindi si tratta di vedere che cosa è che davvero ti piace, che cosa è che davvero desideri, che cosa è che davvero forma l’oggetto dei tuoi impulsi interiori, e tutto il cammino della purificazione spirituale è purificare i desideri.

Se al posto dei desiderai da poco, banali, metti dei desideri grandi, se al posto dei desideri deviati, metti dei desideri retti, proprio questa modifica – poco alla volta – crea il tuo mondo interiore da cui nascono i comportamenti coerenti di giustizia e di bontà. Ma dipende dai desideri!

Per questo la preghiera è decisiva!

 

Quando noi preghiamo impariamo a desiderare, impariamo a desiderare giusto, perché se io dico:

«Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome» e incomincio così questo mette a posto tutti i miei desideri.

Se al centro ci sta il fatto che il nome di Dio sia santificato, siccome il nome di Dio è santificato – evidentemente – quando l’uomo è onesto, quando l’uomo è giusto, quando l’uomo è buono, quando c’è fraternità, quando c’è comunione, quando c’è sincerità e così via, non c’è dubbio che tutti gli altri desideri si organizzano nel modo corretto, attorno a questo.

Ma bisogna mettere prima di tutto Padre sia santificato il tuo nome!

Se ci metto delle altre cose prima, non funziona; se ce ne metto dopo, funziona sì, perché se ce ne metto dopo vuol dire: una volta che il nome di Dio sia santificato va bene anche questo, entra dentro alla santificazione del nome di Dio, ma questo va bene solo se entra dentro alla santificazione del nome di Dio.

Quindi ci possono mettere di passare all’esame, ma il passare all’esame è subordinato, è sotto condizione, sotto condizione che nel mio passaggio all’esame sia santificato il nome di Dio, venga il Suo regno, sia fatta la Sua volontà sulla terra così come è fatta in cielo.

Allora ci stanno bene, ma il punto di partenza è quello.

 

Questo, evidentemente, suppone che la persona che prega stia davanti a Dio con l’atteggiamento filiale: Padre. Per questo dico sia santificato il tuo nome, Padre, figlio davanti a Lui. Cercate dunque di piacere a Lui, al Signore, a Dio come Padre in tutto quello che desiderate per potere piacere in lui in tutto quello che fate, in tutto quello che vivete, perché la vostra vita possa diventare realizzazione del disegno di Dio e quindi manifestazione della sua santità.

 

 

Allora con questo il Vangelo ha fatto il confronto tra la vostra giustizia, quella degli scribi e dei farisei. Ma non si ferma qui.

Aggiunge, il capitolo sesto, due cose fondamentali:

 

  • La dedizione a Dio deve essere senza riserve, senza misure e deve essere quella che determina le altre espressioni o gli altri desideri, o gli altri modi di vedere l’esistenza dell’uomo:

 

«[6.24] Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire a Dio e a mammona» (Mt. 6, 24). Quindi questa scelta di Dio deve essere una scelta totale, radicale.

 

Ripeto. Poi nel nostro quotidiano, nelle nostra fragilità non ce la caviamo, abbiamo tutti una serie di inconsistenze, di debolezze, però questo non toglie, non deve togliere il fatto che la prospettiva deve rimanere quella di amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. C’è evidentemente un pericolo di separare troppo l’ideale con la realtà, per cui manteniamo l’ideale di amare Dio con tutto il cuore poi ci adattiamo nel quotidiano; ma c’è anche il pericolo di abbassare l’ideale al nostro comportamento, cioè di dire che l’ideale è quello che noi viviamo. Bisogna evitare l’uno e l’altro pericolo: quello dell’abbassare l’ideale al livello del nostro comportamento concreto e quello di immaginare che il nostro comportamento concreto realizzi perfettamente l’ideale; le due cose si sostengono e in qualche modo si nutrono a vicenda, potrebbero aiutarsi a vicenda.

 

  • C’è, a questo proposito, quella affermazione:

 

«[6.33] Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt. 6, 33).

 

Tutte queste cose fa riferimento ai bisogni quotidiani dell’uomo:

 

«per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito?» (Mt. 6, 25),

 

con tutto quello che segue sui gigli del campo e sugli uccelli del cielo e così via. E’ una affermazione affascinante ma problematica se qualcuno la piglia alla lettera, o meglio, se qualcuno pensa che con queste immagini Gesù voglia chiederci di comportarci come i gigli del campo o come gli uccelli del cielo. Evidentemente sarebbe stupido! Almeno secondo me.

Voglio dire. Se i gigli del campo non lavorano e non tessono non vuol dire che noi non dobbiamo lavorare e non dobbiamo tessere; se gli uccelli del cielo non fanno dei granai non vuole dire che non si debbano costruire dei granai.

Gli uccelli del cielo e i gigli del campo non sono dei modelli da imitare, sono degli esempi da comprendere; esempi da comprendere vuol dire: se Dio si prende cura degli uccelli del cielo e dei gigli del campo che evidentemente valgono meno di voi, volete che non si prenda cura di voi? E se Dio si prende cura di voi, più di quanto si prenda cura dei gigli del campo e degli uccelli del cielo, potete essere angosciati per il futuro? Avere paura? Lasciarvi prendere dall’angoscia e quindi accumulare all’infinito per avere la sicurezza di potere sopravvivere domani, fra un mese, fra un anno?

Il senso del vangelo è lì! Siccome il Signore ci ha dato la testa, sarà bene che la usiamo! Se usiamo la testa immaginiamo anche il futuro e quello che è possibile fare per rendere il futuro più sicuro possibile e più positivo. Ci sta bene.

Siccome il Signore ci ha dato le mani e queste sono capaci di elaborare in modo straordinario il mondo e la materia, sarà bene che noi lavoriamo i metalli e tutto quello che è necessario, perché ci ha dato le mani per questo.

Il problema è fare tutto questo senza ansia per il mondo, perché il mondo è più grande di noi e prima o poi ci schiaccerà; viene da dire “allora bisogna che io mi difenda da questo mondo! Bisogna che prepari tutte le mie armi, le mie munizioni per potere combattere quando mi venisse addosso una difficoltà o una fatica”.

E’ senza ansia che l’uomo deve progettare e lavorare e operare. Questo chiede il brano: fare le cose ma senza troppa paura, senza troppa ansia interiore, senza lasciarsi impaurire e quindi condizionare dal bisogno.

 

 

Tutto questi discorso culmina al capitolo 7 con un versetto famoso:

 

«[7.12] Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti» (Mt. 7, 12).

 

Se voi unite il capitolo 5 versetto 20:

se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli

con questo versetto del capitolo 7:

Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti

avete l’essenziale del discorso della montagna, perché il resto è una spiegazione di questo, sono esemplificazioni che fanno riferimento a queste esigenze assolute.

 

Cosa vuol dire questa regola d’oro, che non è una novità di Gesù, infatti la regola d’oro è antica, si trova nel primo testamento – nel libro di Tobia – si trova addirittura nel codice di Hammurabi[3], o qualche cosa del genere, quindi la trovate anche in tutta la sapienza greca.

Generalmente è in forma negativa: non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te, ma fondamentalmente la regola d’oro è universale.

 

Che cosa vuole dire? Perché qui c’è un problema semplicissimo ma decisivo.

Non vuole dire: se vuoi che gli altri ti facciano del bene, fa tu del bene a loro. Che sta bene anche questo, è anche giusto, è la reciprocità dei rapporti e quindi ci sta bene.

Ma non è questo lo scopo della regola d’oro.

Lo scopo della regola d’oro è: vuoi sapere come ti devi comportare in una qualche situazione nuova o imprevista a cui non sei abituato? Mettiti nei panni dell’altro e se tu hai abbastanza sincerità per metterti davvero nei suoi panni, ti verrà fuori chiarissimamente quale sia il comportamento più giusto da tenere nei suoi confronti; lo capisci istintivamente, solo che tu riesca a considerare l’altro non come un altro o tanto meno come un avversario o un nemico, ma come una parte di te stesso, come che il bene che fai agli altri fosse un bene fatto a te; lo capisci subito!

Naturalmente questo è un procedimento molto semplice, ma quello che è interessante è che è un procedimento progressivo.

Voglio dire questo: mi metto nei tuoi panni, quindi desidero per te quello che desidero per me; ma che cosa è che io desidero per me? Qui molto dipende evidentemente dalla maturità della persona.

Un bambino desidera per se, istintivamente, qualche cosa di dolce o qualche cosa di gradevole; un adulto – se è davvero responsabile – incomincia a desiderare per se delle cose giuste, delle cose buone.

Ma se un adulto è ancora adulto un po’ rozzo o materialista, che cosa desidera? Fondamentalmente di potere soddisfare la fame, la sete, i bisogni immediati. Va bene!

Ti metti nei panni del fratello e cerchi di soddisfare la fame, la sete e queste cose qui.

 

Ma se uno cresce in umanità incomincia a desiderare altre cose: incomincia a desiderare la autenticità dei suoi pensieri, dei suoi sentimenti; incomincia a desiderare la bontà, incomincia a desiderare la giustizia, la fraternità, la pace, l’amore e quanto più una persona è umanamente ricca tanto più sono le cose autentiche che desidera, grandi.

Se le desidera per sé capisce che le deve fare anche per gli altri, capisce che le deve dare agli altri e allora più una persona cresce più acquista, in qualche modo, la sensibilità per rispondere a quel comando: fa a gli altri quello che vuoi sia fatto a te.

Ti do da mangiare, perché lo desidererei anch’io per me, è una cosa strabuona, ma ti do anche una saggezza, una bontà, il perdono, la riconciliazione, la vicinanza, la sensibilità, l’affetto che forse non venivano spontanei – una volta – ma che andando avanti mi rendo conto che sono necessari, sono assolutamente importanti per la vita dell’uomo.

 

Allora la regola d’oro ha quel vantaggio lì che è una regola progressiva: più uno  più comprende quello che può e che deve donare agli altri e quindi viene portato da quella regola a uscire sempre più profondamente da sé stesso e a farsi carico del bene degli altri, del bene fisico ma anche del bene psicologico, anche del bene sociale, anche del bene religioso, di tutte le dimensioni che costituiscono il bene della persona.

 

Fatto questo non rimane altro da dire che tutte quelle cose che il discorso della montagna ha richiamato sono non semplicemente delle belle idee da custodire nella memoria, ma sono delle idee da incarnare nei fatti, nei comportamenti, perché alla fine l’uomo gioca sé stesso nei comportamenti, nelle scelte e nelle decisioni che prende.

L’uomo costruisce sé stesso con i comportamenti: noi siamo quello che facciamo, quello che abbiamo fatto, siamo costruiti sulle scelte che abbiamo fatto, a volte sagge, a volte stupide, a volte buone, a volte cattive; tutto questo fa parte della nostra memoria e ci costruisce poco alla volta, ci portiamo dietro qualche cosa di grande e ci portiamo dietro anche qualche cosa di meschino nel nostro cammino, ma è lì che dobbiamo arrivare e dobbiamo misurarci su questo.

Che uno non pensi  di essere bravo perché ha dei bei pensieri, o dice delle buone parole. I pensieri belli vanno benissimo, sono decisivi; le buone parole vanno benissimo, sono importanti.

Ma quello che è decisivo sono i comportamenti: i pensieri e le parole che diventano atti, perché nell’atto uno si compromette, si impegna, si coivolge.

 

Questo è quello che Gesù dice alla fine:

 

«[7.21] Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt. 7, 21)

 

con quella parabola – che conoscete – della casa costruita sulla roccia, ma bisogna arrivare lì, a fare in modo che il discorso della montagna sia condiviso dal punto di vista mentale, ma sia attuato dal punto di vista pratico.

Però con quella prospettiva che dicevamo: non come se fosse un codice di regolamenti da osservare pedissequamente; ma come una indicazione di sentimenti, di pensieri, di comportamenti che debbono – poco alla volta – costruire un edificio spirituale di fedeltà al Signore e di amore al prossimo; di riconoscimento della sovranità di Dio sulla nostra vita e di creatività nel bene che possiamo operare e generare nel rapporto con gli altri, il “fa agli altri quello che vuoi sia fatto a te”.

 

Il cammino di conversione quaresimale lo si può costruire soprattutto sul discorso della montagna.

 

Ritiro di Avvento don Davide Poletti ASCOLTA

Esercizi Spirituali Marola 2017 don Paolo Squizzato ASCOLTA